Cefalunews, 26 dicembre 2019
Intervista
a Monica Gasparotto Battaglia con la supervisione storica di Antonio Mucelli,
entrambi della Federazione Nazionale Arditi d’Italia delle Sezioni di Trieste,
Fiume, Istria e Dalmazia e Treviso. A cura di Giuseppe Longo.
Nella notte tra l’11 e il 12 settembre di cento anni fa,
Gabriele d’Annunzio al seguito dei suoi legionari, con un colpo di mano
occupava la città istriana di Fiume. Il poeta, tra un tripudio di folla, fu
accolto trionfalmente dalla popolazione e con tutti gli onori militari. In
questo modo D’Annunzio, che già da tempo seguiva le sorti della città e che
mostrava agli italiani di Fiume un profondo sentimento d’affetto, poté coronare
il suo sogno: proclamare l’annessione all’Italia, un’avventura questa che
durerà più di un anno.
Tuttavia, i piani inerenti ad una annessione di Fiume
all’Italia, in virtù all’autodeterminazione dei popoli, risalgono sin dal 18
ottobre del 1918, quando Andrea Ossoinack, deputato al Parlamento di Budapest
(unico rappresentante fiumano alla Conferenza di pace di Parigi del 1919),
rivendicava l’annessione di Fiume all’Italia, respingendo ogni imperante
ipotesi di accorpamento al regno dei serbi croati e sloveni (SHS). Più avanti,
il 30 ottobre, il Consiglio Nazionale Italiano di Fiume (CNI) - il primo
governo di Fiume indipendente - presieduto dal medico e patriota Antonio
Grossich (1849-1926), con un plebiscito proclamò l’annessione della città
fiumana al Regno d’Italia, appellandosi al diritto di autodecisione dei popoli.
Ciò nonostante le truppe croate ancora in servizio dell’Impero asburgico e stanziate nel piccolo porto Adriatico, occuparono gli Uffici del Comune. In risposta, il popolo di Fiume invocò l’intervento italiano. Infatti, il 2 novembre il CNI presieduto da Antonio Grossich e dal sindaco Antonio Vio inviarono a Venezia per chiedere aiuto, cinque suoi emissari: Giovanni Matcovich, Giuseppe de Meichsner, Mario Petris, Attilio Prodam e Giovanni Stiglich, questi ultimi ricordati come gli “Argonauti del Carnaro”. Di conseguenza, il 4 novembre alcune navi della Regia Marina arrivarono nel porto di Fiume, ma non furono autorizzate a prendere possesso della città poiché essa si trovava fuori dalla linea di armistizio.
Tuttavia, le truppe serbo-croate
con un colpo di mano, tentarono di occupare la città istriana, ma trovarono
l’intera cittadina coesa e forte nella propria decisione, quest’ultima,
dimostrata largamente con la consultazione popolare del precedente 30 ottobre.
Nel mentre, altre navi italiane raggiunsero i territori previsti
dal Trattato di Londra quali: Zara, Pola, Sebenico, e le altre isole dalmate
sino a Curzola, compresa Lesina e Pago, che furono occupate.
Intanto, il comando interalleato per tutelare l’autonomia della città di Fiume, inviò il 17 novembre, truppe italiane, americane e successivamente franco-inglesi. Tuttavia, per una sfrontata simpatia francese alla causa del Regno SHS, si originò un incidente tra il popolo fiumano e i soldati italiani e transalpini, storicamente ricordato come i “Vespri Fiumani”.
Infatti, all’origine del grave episodio fu il gesto di
un soldato senegalese1 che strappando ad una giovinetta fiumana
la coccarda tricolore con la scritta “Italia o morte” la ricoprì d’insulti.
“…L’ira popolare divampò incontenibile. I
francesi spararono sulla folla e ciò contribuì a centuplicare il furore dei
fiumani al cui fianco si schierarono i granatieri e gli arditi. Fu un Vespro 2 di
breve durata ma violentissimo: un eccidio di francesi e, nella quasi totalità,
di senegalesi. Il numero delle vittime non si è mai saputo con esattezza ma
l’episodio ebbe, almeno nei riguardi di Fiume, una importanza politica che
provocò le intollerabili sanzioni della Commissione interalleata d’inchiesta le
cui conclusioni si compendiavano nello scioglimento del Consiglio Nazionale,
della costituita legione Volontari fiumani, nello sgombero della base navale
francese e nella riduzione del contingente italiano parificato a quello
anglo-francese e, infine, nell’imposizione della gendarmeria inglese, che,
fatalmente, avrebbe finito con l’assumere il controllo della cosa pubblica
ingerendosi nella vita della città…3”.
Il 25 agosto 1919 ebbe inizio il ritiro del contingente italiano;
però, un gruppo di Ufficiali dei Granatieri, giunti a Ronchi, ossessionati dal
desiderio di ritentare a qualunque costo la liberazione di Fiume (rischiando
peraltro la Corte marziale), giurarono di ritornare a Fiume per salvarla all’Italia.
Con il consenso di Gabriele d’Annunzio che si unì ai granatieri, al seguito di
un’ingente forza militare da egli battezzata Legionari, avanzò verso Fiume e fu
così che ebbe inizio la “Marcia di Ronchi”.
Gli antefatti dell’impresa Fiumana
Con la Terza Battaglia del Piave, combattuta tra le armate del
Regno d’Italia e l’Imperiale e Regio Esercito austriaco, si concludeva a
Vittorio Veneto con esito positivo l’offensiva italiana, quest’ultima,
coadiuvata dalle divisioni anglo-francesi. La Battaglia di Vittorio Veneto (24
ottobre – 3 novembre 1918) causò la capitolazione dell’esercito
austro-ungarico. In realtà, l’Austria il 3 novembre del 1918 firmava
l’armistizio a Villa Giusti, nella residenza padovana del conte Vettor Giusti
del Giardino. Sul fronte occidentale, anche la Germania dopo il fallimento
dell’Offensiva di primavera (Kaiserschlacht), nota anche come “Offensiva di
Ludendorff”, capitolava. Infatti, con il conseguente cedimento della linea
Hindenburg, crollava l’Impero germanico. Pertanto, il giorno 8 novembre i
plenipotenziari tedeschi giungevano a Rèthondes, per firmare anch’essi
l’armistizio davanti ai delegati delle potenze Alleate; era la fine degli
imperi di Austria, Germania, Russia e Turchia.
La Conferenza per la pace svoltasi a Parigi (dal 18 gennaio 1919
sino al 21 gennaio del 1920, e caratterizzata da alcuni intervalli), sotto la
presidenza del Primo Ministro francese, Georges Clemenceau (1841 – 1929)
parteciparono solamente le nazioni vincitrici, le quali si impegnarono a tracciare
un nuovo contesto geopolitico in Europa e a redigere i seguenti trattati di
pace:
Con la Germania (Trattato di Versailles) 28 giugno; con l’Austria (Trattato
di Saint-Germain), 10 settembre 1919; con la Bulgaria (Trattato
di Neuilly), 27 novembre 1919; con l’Ungheria (Trattato
del Trianon), 4 giugno 1920; e con la Turchia (Trattato
di Sèvres), 10 agosto 1920; pace, imposta e non negoziata con gli Imperi
centrali usciti sconfitti dalla guerra.
Da questi Trattati, dunque, si ridisegnava la cartina europea e del
Medio Oriente, sulla base del principio della autodeterminazione dei popoli,
proposta dal presidente degli Stati Uniti d’America Woodrow Wilson (1856-1924).
I principi della Conferenza di Parigi si ispirarono ai “Quattordici
punti di Wilson”, dal nome dato al discorso che il Presidente pronunciò l’8
gennaio del 1918 al Congresso degli Stati Uniti d’America riunito in sessione
congiunta. In questi “Quattordici punti” si elencavano le intenzioni relative
all’ordine mondiale dopo la Grande Guerra.
Dal Trattato con l’Austria, l’Italia ottenne il Trentino, l’Alto
Adige sino al Brennero, la Venezia Giulia con Trieste, l’Istria fino al Monte
Nevoso. Tuttavia, gli fu impedito di annettersi all’italianissima città di
Fiume (non prevista dal Trattato di Londra), alla Dalmazia (con l’eccezione di
alcune isole e della città di Zara), quest’ultima regione, promessa all’Italia
con il Trattato di Londra ma che il Presidente Wilson appellandosi al principio
di nazionalità, volle fosse assegnata alla Jugoslavia.
Infatti, il presidente statunitense non era intenzionato ad
applicare in dettaglio i contenuti del Trattato di Londra, stipulato dal
governo italiano con i rappresentanti della Triplice Intesa (Gran Bretagna,
Francia e Russia) e non era disposto ad accettare le richieste di Roma a spese
degli slavi, «poiché si spianerebbe la strada all’influenza russa e allo
sviluppo di un blocco navale dell’Europa occidentale4»
A seguito di un appello del presidente Wilson rivolto al
popolo italiano che lo invitava a dare dimostrazioni di generosità verso gli
slavi (in questo modo scavalcando ufficialmente il nostro governo), la
delegazione italiana guidata dal Presidente del Consiglio dei ministri,
Vittorio Emanuele Orlando e il Ministro degli esteri Sidney Sonnino, abbandonò
in segno di protesta la Conferenza. Nel breve intervallo della loro assenza, le
potenze vincitrici proseguirono nelle trattative e il nostro paese fu escluso
dalla trattazione sui compensi coloniali.
Ciò nonostante, la delegazione italiana tornò sui propri
passi, e il nuovo presidente del consiglio del Regno d’Italia Francesco Saverio
Nitti (1868-1953) il 10 settembre sottoscrisse il Trattato di Saint-Germain,
che definì i confini italo-austriaci, escludendo quelli orientali.
Il risultato fu che all’Italia gli furono riconosciuti il Trentino,
il Tirolo e l’Istria; Rodi e il Dodecaneso e il protettorato in Albania, però
non gli furono riconosciuti la Dalmazia settentrionale e Fiume, quest’ultima
data alla Iugoslavia.
Gli esiti della Conferenza di Parigi ebbero forti ripercussioni
sull’opinione pubblica italiana, tanto che i nazionalisti parlarono di
“vittoria mutilata”. Il 23 giugno del 1919, Emanuele Orlando si dimise dalla
carica di primo ministro, gli successe Francesco Saverio Nitti, e al posto di
Sonnino subentrò Tommaso Tittoni. Il nuovo Primo Ministro cercò di trovare una
soluzione attraverso trattative dirette con la Iugoslavia, ma furono interrotte
a causa della Questione Fiumana.
In realtà, nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1919, con un atto
di insubordinazione una forza di circa 2500 uomini, partiti da Ronchi e guidata
da Gabriele d’Annunzio (noto per le sue imprese patriottiche), composta da:
Granatieri, Bersaglieri, Arditi, soldati della Brigata Regina, una squadriglia
di autoblindo, soldati di una batteria d’artiglieria, alcuni garibaldini,
sindacalisti rivoluzionari, intellettuali del movimento futurista, volontari
irregolari di nazionalisti ed ex-combattenti italiani, occupò militarmente la
città di Fiume chiedendo l’annessione al Regno d’Italia.
L’8 settembre del 1920 fu istituito un governo di
reggenza provvisorio: la “Reggenza italiana del Carnaro”, nell’attesa di una
futura annessione all’Italia, e Gabriele d’Annunzio si proclamò Capo del
Governo, segnando così il capitolo finale dell’impresa di Fiume.
Intanto il Primo Ministro Giolitti spinto dalle
pressioni internazionali accelerò i contatti italo-iugoslavi che sfociarono con
la stesura finale del Trattato di Rapallo, quest’ultimo firmato il 12 novembre.
Il Trattato sancì la nascita dello Stato libero di Fiume: una repubblica
autonoma amministrata dalla Società delle Nazioni.
Però l’accordo firmato dal nostro governo non fu
riconosciuto da D’Annunzio, di conseguenza la reazione internazionale si fece
sentire e fu imposto al governo italiano di muoversi militarmente.
Il 20 dicembre iniziarono le ostilità lungo la linea
di confine con lo scambio di fucileria da entrambe le parti. Il 24 dicembre
l’esercito italiano intervenne con un rapido attacco per sgomberare Fiume e i
suoi Legionari. Gli scontri continuarono anche nei giorni successivi, tranne
per il giorno di Natale, poiché da parte del Generale Caviglia (commissario
straordinario per la Venezia Giulia) fu concessa una tregua. Pertanto, gli
scontri ripresero il 26 dicembre con le truppe regolari che attaccarono la
città di Fiume, mentre l’indomani, la corazzata “Andrea Doria” cannoneggiava il
Palazzo del Comando fiumano.
Il 28 dicembre D’Annunzio riponeva il potere
nuovamente nelle mani del Podestà e del Popolo di Fiume e il giorno dopo
firmava le dimissioni. Le operazioni militari terminarono il 31 dicembre con la
resa degli occupanti.
A Fiume si costituì un governo provvisorio che
provvide alla realizzazione dello Stato Libero come stabiliva il Trattato di
Rapallo. Tuttavia, come vedremo in seguito, la città di Fiume verrà annessa
all’Italia nel 1924 mediante un ulteriore accordo tra il governo italiano di Mussolini
e la Jugoslavia, e quest’ultima riceveva in cambio Porto Barros e il cosiddetto
Delta.
Abbiamo chiesto a Monica Gasparotto Battaglia5 di
raccontarci gli avvenimenti salienti che riguardarono le varie fasi
dell’impresa fiumana condotta da D’Annunzio sino all’epilogo.
Cosa fatta capo ha - Fiume: breve storia di una Santa Impresa
Italiana
“Il messaggio di Frassetto è arrivato questa notte”.
“Che avete risposto?” gli chiede Amaro.
“Che parto.” Gli risponde il
Poeta.
“Quando?”
“Oggi alle due” risponde
d’Annunzio.
“Ma voi siete ammalato” lo interrompe Amaro inquieto.
“Che importa? L’aria del Carnaro mi guarirà.”
(dialogo tra d’Annunzio e Luigi Amaro, suo fedele amico e medico,
da Tom Antongini, D’Annunzio aneddotico)
“Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domattina prenderò
Fiume con le armi. Il Dio d’Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante.
Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne
miserabile… Sostenete la Causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio.”
(11 Settembre 1919 – lettera di Gabriele d’Annunzio a Benito
Mussolini)
Sì, è malato Gabriele d’Annunzio quando, all’alba dell’11 settembre
1919, si alza dal letto nella famosa Casetta Rossa di Venezia, indossa
l’uniforme del 5° Reggimento Lancieri di Novara, mostrine al bavero bianche e
gradi di Tenente Colonnello ai paramani, sale su di un motoscafo e si dirige in
terraferma, a San Giuliano. Ad aspettarlo una Fiat rosso scuro. Meta Ronchi,
cittadina della Venezia Giulia ai più sconosciuta. Parte con capotte
rigorosamente abbassata, nonostante la febbre. Indossa una palandrana bianca.
Al fianco il suo fidato guascone, il pilota di caccia Tenente Guido Keller,
personaggio multiforme, già famoso Icaro nella squadriglia del celebre Magg.
Baracca, l’Asso di Cuori, lo spirito libero vegano, naturista, omosessuale ma
gioiosamente promiscuo, cocainomane, la cui audacia rasenta la follia, tanto da
arrivare a sorvolare Roma e gettare sul Parlamento un pitale - chiaro simbolo
della sua opinione sul governo italiano. Guido è talmente prossimo al Vate da
essergli stato concesso, privilegio raro, di dargli del “tu”. Ad accompagnarli
il Tenente dei Granatieri Riccardo Frassetto, il Maggiore Carlo Reina e
l’attendente Italo Rossignoli. Alla guida l’autista Giacomo Basso.
Ci sono utopie che cessano di esser tali quando l’Ardire sublima il
Pensiero rendendolo Azione, a dispetto di tutto; ne è fulgido esempio il
progetto, per molti versi quasi chimerico, dell’Impresa di Fiume.
“Io partii solo da Venezia nel pomeriggio di giovedì 11, con due
buoni compagni e con trentanove gradi di febbre. Scelsi il giorno 11 in
commemorazione dell’impresa di Buccari. Il mio piccolo quartier generale
notturno stava di faccia all’alberghetto dove gli sbirri sorpresero
Oberdan. La partenza fu ritardata da più di una avversità. Potei superare ogni
impedimento, e formare la colonna verso le cinque del mattino. Le stelle
brillavano come in Quarto dei Mille. Erano tutte fauste. L’alba era corsa da un
brivido garibaldino. Su la via di Fiume presi con me quanti volli. Poche mie
parole bastavano a muovere compagnie, battaglioni, squadriglie.”(G.
d’A.)
“Sento fetor di pace” predicava il Vate alle folle ancor prima dell’ingresso trionfale in quel di Vittorio. L’Orbo Veggente già prevedeva, in cuor suo, un accordo non del tutto favorevole all’Italia. Il 24 ottobre pubblicava sul Corriere della Sera un pezzo dal titolo “Vittoria nostra non sarai mutilata”. E invece vittoria mutilata fu.
Dalle trattative di pace, apertesi a Parigi nel gennaio 1919, l’Italia ottenne le terre irredente di Trento e Trieste ma l’opposizione americana e francese condusse a un’impasse per quanto riguardava la Dalmazia e Fiume: la prima era promessa all’Italia col patto di Londra; la seconda era reclamata perché abitata prevalentemente da italiani. Poco cosciente di quanto la situazione fosse critica, il Presidente del Consiglio francese si lasciava andare a facili ironie: “Fiume? E perché non la luna?”. Già nell’ottobre 1918, nella città contesa, si andava costituendo un Consiglio Nazionale presieduto da Antonio Grossich che propugnava l’annessione al Regno d’Italia.
Il 31 ottobre 1918 cinque cittadini fiumani denominati gli Argonauti del Carnaro, a costo della vita attraversano il golfo dell’Adriatico per raggiungere Venezia e chiedere disperatamente aiuto alla Regia Marina Militare, riferendo all’ Ammiraglio italiano Thaon de Revel la difficile situazione della città dalmata. E ancora, nell’aprile 1919 quando apparve fin troppo evidente che la vittoria mutilata stava per diventare una certezza e non era più solo un mesto presentimento, i volontari della Legione Fiumana del Cap. Giovanni Host-Venturi e del Magg. Giovanni Giuriati avevano il loro da fare a cercare di difendere la città dal contingente francese, dalle poco o per nulla velate simpatie filo-jugoslave.
Il 30 di giugno d’Annunzio, mentre si trova a Roma, assume il comando del movimento di resistenza fiumano propostogli da Grossich durante un incontro nella capitale. Gabriele, in petto, è raggiante: il progetto di conquistare la Città Olocausta, che lo solletica da tempo, inizia a prender forma: esso alimenta la fiamma “del pronti sempre a osare l’ inosabile” accesa nella notte tra il 10 e 11 febbraio 1918 nel mare di fronte a Fiume, quella Beffa di Buccari che trova continuità ideale nella Santa Impresa.
Un embrione che
lascia ai fatti lo spazio prima occupato dalle parole di fuoco con cui egli era
tornato ad arringare la folla. Atto primo e necessario allo scopo: reclutare
volontari per la costituzione di un corpo paramilitare che fosse equiparabile a
un esercito.
Nel mentre, a Parigi, dopo un periodo di acuta tensione sfociata in violenti episodi di scontro con soldati francesi, si decide l’allontanamento da Fiume degli irrequieti Granatieri di Sardegna; il Reparto lascia la città il 25 agosto sfilando in mezzo alla popolazione quasi in lutto, che cerca di trattenerli con suppliche e manifestazioni patriottiche.
I Granatieri si
acquartierano a Ronchi, forse oltraggiati di certo non addomesticati; il
31 agosto sette ufficiali – che passeranno alla storia come “I
Sette Giurati di Ronchi” (il Ten. Riccardo Frassetto, Ten.
Vittorio Rusconi, S.Ten. Claudio Grandjacquet, S.Ten. Rodolfo Cianchetti,
S.Ten. Lamberto Ciatti, S.Ten. Enrico Brichetti, S.Ten. Attilio Adami) –
prestano giuramento alla Santa Causa di Fiume e
inviano a d’Annunzio una lettera in cui lo invitano a porsi a capo di una
spedizione che ne rivendichi l’italianità.
“Sono i Granatieri di Sardegna che Vi parlano. È Fiume che per le
loro bocche Vi parla. Quando, nella notte del 25 agosto, i Granatieri
lasciarono Fiume, Voi, che pur ne sarete stato ragguagliato, non potete
immaginare quale fremito di entusiasmo patriottico abbia invaso
il cuore del popolo tutto di Fiume … Noi abbiamo giurato sulla memoria di tutti
i morti per l’unità d’Italia: Fiume o morte! e manterremo, perché i Granatieri
hanno una fede sola e una parola sola. L’Italia non è compiuta. In un ultimo
sforzo la compiremo”.
La Fiat arriva a Ronchi. Ad attendere il Poeta-Soldato Granatieri e
Ufficiali pronti a muovere su Fiume. Centoundici i chilometri da percorrere.
Durante il tragitto verso la città dalmata alla colonna dei ribelli si uniranno
uomini di tutte le armi e reparti, soprattutto Arditi e Bersaglieri
acquartierati in zona, contagiati dal sogno che va prendendo vita.
Il primo coup-de-theatre avviene oltrepassato il confine orientale, a un chilometro dalla sbarra di Cantrida, presidiato dal Generale Vittorio Pittalunga. “Lei rovina l’Italia” è l’accusa che il Generale muove a d’Annunzio. “Lei rovinerà l’Italia, se si opporrà che il giusto suo destino si compia, se si farà complice di una politica infame” gli risponde il Comandante, senza nemmeno scendere dall’auto.
Il Generale è disposto ad aprire il fuoco per fermare “colui che si crede l’Onnipotente al di sopra dell’autorità dello Stato”. Ed ecco l’affondo del Vate, che rimarrà scolpito nella memoria dei presenti: si alza in piedi e mostra la divisa con le mostrine candide, al petto le medaglie guadagnate durante la Prima Guerra Mondiale. “Avanti allora! Sparate su queste medaglie”! Il Generale ammutolisce, in quel momento realizza che nessuno aprirà il fuoco contro fratelli italiani e che d’Annunzio entrerà a Fiume.
I militari preposti allo scopo, soggiogati dai nastrini blu con stellette Oro, Argento e Bronzo e dal distintivo da mutilato, si scostano. La colonna riparte, con i suoi 2600 uomini, i “disertori in avanti”, come avrà a chiamarli Marinetti, al grido di “viva l’Italia, viva Fiume!”.
A Cantrida la barra viene schiantata
dall’autoblindo di testa; dall’interno del mezzo, all’intimazione di “Indietro
o faccio sparare”, si risponde con il motto in uso tra gli
Arditi del XXVII Reparto d’Assalto : “Me ne frego!”.
L’automobile percorre piano il viale alberato che porta nel cuore
della città, rallentata dall’assedio della folla, civili e militari, che fa ala
al suo passaggio. Verso mezzogiorno del 12 settembre 1919 il Comandante entra
trionfalmente a Fiume “senza alcun disordine”, acclamato
come liberatore dalla popolazione italiana e dai volontari
presenti. Suonano a festa le campane del Duomo, suonano le chiese, suonano le
sirene delle navi nel porto. Sventolano i Tricolori.
“Si può morire con gioia dopo aver vissuta un’ora come quella della
Santa Entrata. Non avevo mai sognato tanti lauri. Ogni donna fiumana, ogni
fanciullo fiumano agitava un lauro, sotto un sole allucinante.” (G. d’A.)
Dal balcone del Palazzo di Comando una delegazione del Consiglio Nazionale Italiano di Fiume dichiara la liberazione della città e l’annessione all’Italia. Nel pomeriggio la folla inizia man mano ad accalcarsi sotto al Palazzo del Governatore. E’ lui che vuole: aspetta solo una parola del Comandante. D’Annunzio, stravolto dagli avvenimenti e dalla febbre ancora molto alta, sta riposando all’Hotel Europa. Keller lo sveglia, gli comunica che il Consiglio lo ha nominato Governatore, non senza la sua intercessione.
Alle 18 il Poeta si affaccia alla ringhiera del Palazzo, spiega
il Tricolore del Timavo, “santificato” dal sangue del
Maggiore Giovanni Randaccio, e parla ad una folla di forse 35.000 persone: “Italiani
di Fiume! Nel mondo folle e vile Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo
folle e vile vi è una sola cosa pura: Fiume; vi è una sola verità: e questa è
Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume! Fiume è come un faro luminoso che
splende in mezzo ad un mare di abiezione…”
“Eccomi. Sono venuto per donarmi intiero. E non domando se non di
ottenere il diritto di cittadinanza nella Città di Vita” (G.d’A.)
La notizia dell’impresa fiumana scuote profondamente il governo e molta parte della politica italiana. Da quelli che sembravano poco più che discorsi da caffè ci si trova di fronte a un’azione militare fatta e finita. Fiume diventa per l’Italia una spina nel fianco: l’Impresa va condannata ma bisogna, nel contempo, mediare per evitare di innescare una reazione a catena da parte delle frange più rivoluzionare che stanno germinando nel Paese.
Il Tenente Generale Gandolfo Asclepia, Comandante del XXVI Corpo d’Armata stanziato ad Abbazia e incaricato di sedare la rivolta, fa - dannunzianamente quanto inutilmente - cadere da un aereo dei volantini per esortare gli occupanti a lasciare Fiume e a rientrare nei ranghi. I tre reggimenti di Bersaglieri inviati con il compito di liberare la città si uniscono ai Legionari.
Lo stesso
accade con l’equipaggio al completo della nave della Regia Marina
“Cortellazzo”. Un totale fallimento. Il Vate non ha alcuna intenzione di
lasciare Fiume e il suo esercito si va ingrossando man mano che passano i
giorni. “Hic manebimus optime” risponde dopo aver ricevuto
il comunicato ufficiale che considerava l’occupazione un “atto
inconsiderato come dannoso“.
Crescono le defezioni nell’esercito regolare e le adesioni alla Causa da parte dei più eterogenei gruppi umani: irredentisti, monarchici, repubblicani, socialisti, anarchici, aristocratici, intellettuali, borghesi, proletari, artisti, scrittori, poeti, futuristi, esteti, curiose figure di dandy, apolitici, dadaisti, giovani, ragazzini imberbi e financo individui senza arte né parte, tutti attratti dal quel trascinatore di anime che insegna a disprezzare la banale, comoda indolenza della moderazione borghese e ad amare, invece, l’avventura, il pericolo, la sfrontatezza, la passione.
E
il Comandante ama in particolar modo proprio gli Arditi, simbolo di quella
ardente, sfrontata passione per lo sprezzo del pericolo; adora questi giovani
ebbri, felici, belli e fieri, che considera gli eredi dei Legionari romani. Da
giovanissimi e scapestrati Arditi sarà formata proprio la sua guardia
personale, “La Disperata”, creata e inquadrata da Guido Keller.
Fin da subito ai Reali Carabinieri, che sono rimasti in città
defezionando e seguendo l’esempio del Capitano Rocco Vadalà, viene affidato il
compito di mantenere l’ordine pubblico. “Occupata Fiume da D’Annunzio, questi affidava
ai Carabinieri Reali il compito del mantenimento dell’ordine in un momento
torbido per l’affluire tumultuoso di reparti e di persone isolate, non
controllate da alcuno. Data immediatamente disposizioni per il servizio d’ordine,
la vita della città venne subito ricondotta ad un ritmo sereno e tranquillo.
Associandosi alla impresa, però, i carabinieri intesero di concorrere al
tentativo di salvare la generosa città e ciò per il bene della Patria e del
Re”.
“Il nome giusto della città non è Fiume ma Olocausta: perfettamente
consumata dal fuoco tutta” (G.d’A.)
Olocausta ma destinata a diventare città di “Arte-Vita” in un tempo breve; posto dove vivere e creare qui-ora-subito per costruire una nuova Patria, sospesa in un eterno presente, senza passato né futuro se non quello dell’immediato. Fiume città futurista per eccellenza, il luogo di ogni possibilità, un ambiente romanzesco; Fiume, madre di tutte le provocazioni, padre di tutti i sogni: “Siamo nella città inquieta e diversa” dice d’Annunzio.
Centro di sperimentazione di forme “altre” di vita, nudismo,
naturismo, omosessualità, libero amore, uso di droghe, è a qui che confluiscono
le visioni più bizzarre e più diverse, i soggetti più bislacchi, primo su
tutti, ma non di certo unico, quell’aristocratico di origine svizzera Guido
Keller, futurista nudista, che gira con un’aquila in spalla di nome Guido,
personaggio geniale e fuori controllo. Ma ce ne sono tanti, giovani e pieni di
energia: Henry Furst, brillante giornalista, nottambulo malizioso e bevitore,
Mino Somenzi, scultore avanguardista, Giovanni Comisso, il samurai ardito
innamorato dell’Italia Harukichi Shimoi, Marinetti. Per Keller, e per quelli
come lui, l’Impresa Fiumana non è che il prologo di una rivoluzione che deve cambiare
il mondo.
Fiume è una città che vive ogni giorno come sospesa in una curiosa
e affascinante atmosfera di esultanza: “I comizi e i cortei di Fiume si formano
istantaneamente, con rapidità fulminea: basta che una sirena fischi o che una
fanfara suoni, e la dimostrazione è composta, e dilaga per tutta la città…
Basta vivere qui in un giorno di festa, per afferrare il lato veramente
futurista di questi movimenti di folla. Il fatto che essa è composta per metà
almeno di donne, contribuisce a renderla più fresca e più lirica.” (M.
Carli). Una festa che nasce dalla strada anche senza motivo, senza regole o
organizzatori: “Donne e uomini commisti, senza riguardo,
senza bisogno di conoscersi, contatti di gomiti stretti, quasi a comunicarsi
magneticamente un sentimento implacabile che straripava nei guizzi delle
persone colte da frenesia…” (M. Carli)
A Fiume, nel marasma di sovvertimento dei costumi, anche le donne
si adeguano al nuovo clima di libertà sessuale. Come in uno stato
di sospensione temporale e morale “prosperano gli
accoppiamenti veloci, estemporanei, saltuari dei legionari con ragazze
disinibite o con le prostitute che affollano i numerosi bordelli”.
La stagione fiumana è “un periodo di follia e di baccanale, sonante
di rumore di armi e di quello, più sommesso, degli amori”; “tutti si divertono
qui e fanno all’amore con le ragazze fiumane che hanno fama di essere
belle e non difficili”.
Frenetica d’arte ed avanguardie, qui vedono la luce pubblicazioni
innovatrici, come la “Testa di Ferro” rivista
diretta dal Capitano delle Fiamme Nere Mario Carli, “la
voce libera dei Legionari di Fiume”, di Arditi e
avanguardisti che tengono a differenziarsi sia dai monarchici che dalle falangi
più reazionarie dell’esercito e l’associazione (che diverrà in seguito
anche rivista) Yoga, “Unione di spiriti
liberi tendenti alla perfezione” ideata dall’instancabile dadaista
Keller e il giovane scrittore trevigiano Giovanni Comisso, il cui manifesto
teorizza la necessità di “insegnare la scienza dell’Amore cioè della Trasformazione.
L’Amore come sensazione, come sentimento, come idea; […] la filosofia non come
amore della Scienza, ma come Scienza dell’Amore”. Yoga è il
movimento che meglio incarna l’essenza della Reggenza; attraverso la beffa e
l’irrisione dell’avversario si propone di contrastare le personalità
“ammuffite” e conservatrici che circondano d’Annunzio. Le azioni di Yoga sono
eclatanti e prive di programmazione: un futurista salto nel vuoto
che ben si adatta allo spirito della nuova città.
E’ vero, Fiume è certamente tutto questo ma, nel contempo, è molto
di più e di intensamente diverso, un’esperienza che vuole essere anticipatrice
d’un nuovo ordine politico-sociale, un impasto incandescente e ribollente
di stati d’animo idealistici e utopici, di visioni della vita dinamiche ed
anarchiche, di necessità di rinnovamento; è una risposta radicale alla
lacerazione e alla sofferenza di una generazione che aveva fatto la guerra e ne
era uscita con un modo totalmente diverso di comprendere l’ esistenza. “L’Italia
aveva compiuto non solo una guerra di liberazione di terre e di uomini, ma
soprattutto di liberazione da principi, idee e costumi che le erano stati
imposti dalla casta borghese del secolo passato” (G. Comisso).
Essa è il luogo ove quello spirito retorico e mistico, che non ha poca parte nella costruzione di quella “opera d’arte” che è la vita di d’Annunzio, trova terreno fertile: con un linguaggio artificioso, elegante, raffinato, audacemente affascinante, assolutamente colto e coinvolgente al limite del religioso, riesce ad ammaliare e a trovare seguaci per tradurre le parole in azione e a prolungare, questa azione, nel tempo. Egli fa della politica il proprio spettacolo: tutto è palcoscenico.
Ecco allora che Fiume diventa il luogo ideale ove i concetti di Patria e Amor Patrio, nati sui campi di battaglia della Grande Guerra, trovano continuità e coronamento anche per quei giovani che, per questioni meramente anagrafiche, non poterono partecipare al conflitto e che sentono dentro un vuoto che solo l’Impresa può colmare. Ideali patriottici che si trasformano in atti concreti, talmente audaci da poter condurre anche all’estremo sacrificio.
La Patria è così intesa come unione spirituale di animi pronti a donare la vita per essa, in comunione con i caduti della Grande Guerra, i veri padri mistici dei nuovi combattenti. Proprio come per quegli uomini che il conflitto ha reso eroi e che a Fiume hanno il loro culto, nel mito del soldato caduto che reclama il diritto dell’Italia ai giusti compensi per i sacrifici compiuti. L’Impresa trova la sua ragion d’essere nella giustificazione che “la più grande Italia” non può rinunciare alla Dalmazia.
In una concezione spirituale e religiosa del proprio
ruolo, d’Annunzio si pone come Condottiero di un esercito fatto non solamente
di uomini in carne ed ossa ma, più largamente, di spiriti che portano seco il
Mito degli Eroi, dell’audacia, della giovinezza creatrice che va a formare una
nuova società scrollandosi di dosso il grigiume della vecchia classe dirigente,
sia attraverso la rottura dei vecchi vincoli disciplinari che con la creazione
di una nuova disciplina dello spirito e del valore personale. Questa nuova
gioventù, forgiata dalle parole immaginifiche e dalla personalità magnetica del
Poeta-Guerriero, insegue un sogno fatto di vitalismo, rottura degli schemi,
estetismo, disprezzo per i luoghi comuni e le convenzioni, in una dimensione
ideologicamente quasi eucaristica con la Religione della Patria, il culto dei
soldati caduti e la loro elevazione a martiri e santi, in un’atmosfera in
cui d’Annunzio è il messia e i Legionari i suoi nuovi apostoli. ”La
forma di vincolo che ha preso «il legionario» verso «il suo Comandante» ha
dello spirituale, e del magnetico; è fatta di una forma interiore e di
dedizione perfetta. Il Comandante ha in sé il fascino del dominatore. Anche
quando parla in umiltà. Anzi; è proprio allora che maggiormente si manifesta la
sua immensa forza magnetica. La sua presenza è istantaneo dominio dello
spirito; la sua parola è un annullamento delle volontà” (U.
Foscanelli).
“Poche mie parole bastavano a muovere compagnie, battaglioni,
squadriglie.” (G.d’A.)
A suggellare la promessa di reciproca appartenenza tra il maestro e
i discepoli, quale simbolo di una comunione di spirito e d’intenti,
indistruttibile marchio coniato nel bronzo, una medaglia da appuntare sul
cuore.
Nel corso di uno degli incontri serali al circolo Yoga,
Keller annuncia la sua ultima, balzanissima idea: la creazione di una compagnia
di giovani quanto estrosi Legionari quale guardia personale del Comandante.
Reclutati, formati e inquadrati gli animi più inquieti e sregolati presenti a
Fiume, battezza la squadra con il nome de “La Disperata”.
“Molti soldati venuti volontari dall’Italia, essendo privi di
documenti non erano stati accolti dal comando e invece di andare via si erano
accampati nei grandi cantieri navali della città. Andato a vedere cosa vi
facevano, Keller trovò che se ne stavano nudi a tuffarsi dalle prue delle navi
immobilizzate, altri cercavano di manovrare vecchie locomotive che un tempo
correvano tra Fiume e Budapest, altri arrampicati sulle gru, cantavano. Gli
apparvero ebri e felici, li fece adunare e li passò in rassegna: erano tutti
bellissimi, fierissimi e li giudicò i migliori soldati di Fiume. Inquadrò
questi soldati che tutti chiamavano i disperati per la loro situazione
d’abbandono e li offerse al Comandante come una guardia personale. La sua
decisione fece scandalo tra gli ufficiali superiori, ma il Comandante accettò
l’offerta.” (G. Comisso). Il comando de La Disperata viene
affidato al Tenente Tommaso Beltrame che, dopo breve periodo, lascia il posto
al suo successore “Il Tenente Elia Passavanti, il più prode ed il
più buono dei legionari fiumani, un primissimo eroe tre volte mutilato, un
italiano di antica gentilezza, esempio continuo di sacrificio e di
costanza”. (G. d’A.). Gli seguirà, quale ultimo
comandante , il Tenente Ulisse Igliori.
“La Disperata” o “Compagnia D’Annunzio”, la “guardia personale” del
Comandante, marcia al comando di Elia Rossi Passavanti.Così descrive “I
Disperati” Mario Carli: “Questa Disperata fu la falange eletta dei
legionari, la guardia del corpo del Comandante, manipolo di uomini decisi,
spregiudicati, violenti nell’adorazione e nell’impeto, fiore della rivolta e
della libertà, passato attraverso il setaccio della guerra. Erano mastini ed
erano fanciulli: sicuri come truppe di colore, consapevoli come «soldati della
morte», lieti e canori come atleti in gara continua“. Essi
diventarono, ben presto, l’orgoglio del Comandante.
Madrina della “Compagnia d’Annunzio” (altro nome
con cui era conosciuta La Disperata), unica donna a fare
parte di una compagnia di Arditi e con il grado di Tenente, la Marchesa
Margherita Incisa di Camerana. Margherita Maria Ella Adele Ludovica era nata a
Torino, dal marchese Alberto e dalla baronessa Amalia Weil Weiss, appartenente
ad una famiglia ebraica di banchieri di origine austriaca; diplomata infermiera
volontaria nella Croce Rossa Italiana nel 1909 a Padova, mobilitata per la
guerra nel maggio 1915, lasciati gli agi della corte Savoia, in agosto è al
fronte, prestando servizio presso vari ospedali da campo. Successivamente segue
a Fiume il Poeta-Guerriero.
“Fra gli Arditi della D’ Annunzio c’è una donna…che sopra una
succinta gonna grigio-verde porta la giacca coi risvolti neri. Ha il grado di
tenente; prende parte alle marce, alle esercitazioni; con una virile grazia
quest’anima ben temprata si piega alle necessità rudi del blocco, vigilando
alla salute morale e alla disciplina delle sue truppe, perorando la causa loro
presso il Comandante: costantemente la si vede a fianco di Rossi Passavanti:
spunta il romanzo. Accadrà un giorno che il capo della Disperata sposi la
marchesa Incisa di Camerana.” (L. Kochnitzky).
E’ Fiume a fare da sfondo all’amore nascente tra la Marchesa e il
pluridecorato eroe della Prima Guerra Mondiale, Rossi Passavanti. Un amore che
durerà tutta la vita, nonostante tra i due intercorressero 17 anni di
differenza d’età.
La presenza di una donna in una formazione di Arditi provoca anche
la reazione scandalizzata di molti: “Il povero Nitti è furibondo per le indegne
cose di Fiume. Non solo proclamano la Repubblica di Fiume, ma preparano lo
sbarco ad Ancona, due raids aviatori armati sopra l’Italia e altre delizie del
genere. Fiume è diventato un postribolo di malavita e prostitute più o meno
high life. Mi parlò di una marchesa Incisa, che vi sta vestita da ardita con
tanto di pugnale. Purtroppo non può dire alla Camera queste cose, per l’onore
d’Italia” (F. Turati).
Assunto il comando, “Frate Elia dell’ordine della prodezza
trascendente” (come Passavanti era stato battezzato da d’Annunzio
durante la Grande Guerra) punta tutto sull’esempio e sulla fede negli
ideali di Italianità; sua l’idea di associare come “madrina” la sua futura
sposa, la Marchesa Incisa di Camerana; grazie al suo carisma il Tenente
riesce ad ottenere dai suoi ragazzi sorprendenti risultati, in ordine di
efficienza e dedizione.
Numerosissimi i colpi di mano messi a segno da La
Disperata, l’unica Compagnia che si prestasse perché composta
da uomini di grande patriottismo e di comprovato valore, disposti a
morire difendendo il nome d’Italia, di Fiume e di Gabriele d’Annunzio.
“Non disobbediamo a nessuno perché obbediamo all’amore” (G. d’A.)
La città è come un tino in ebollizione. Sempre allegra, non dorme
mai, scatenata in feste dove alcol e droghe circolano con impudenza;
all’Ornitorinco, una taverna della vecchia Fiume che il Comandante ama
frequentare con Keller e altri scapestrati, si beve senza moderazione uno
cherry di marasche prodotto a Zara dalla famiglia Luxardo, che il Poeta ha
soprannominato Sangue Morlacco.
La cocaina è un vezzo di tanti, che ne abusano con disinvoltura.
Fiume si lascia trascinare in amori travolgenti e passioni
scarlatte. Riporta un rapporto di polizia: “Non vi è ufficiale e neppure legionario che
non abbia un’amante fra le povere fiumane ormai perdute in un’atmosfera di
immoralità. Fiume è per i primi l’eden terrestre, l’eldorado di tutti i piaceri
e per gli altri volontari il paese della cuccagna. L’amor greco è di gran
moda”. La città, ormai, non ha più una collocazione
geografica: è altrove. La sua dimensione non è più politica o storica, è
un’esaltazione mistica e profana, quel Porto dell’Amore che Comisso
racconta con passione nella sua opera prima: “Tu devi sapere che sei
giunto in una città pericolosa per i tuoi giovani anni. Qui si fa senza alcun
ritegno tutto ciò che si vuole. Le forme di vita più basse e più elevate qui
s’alternano non altrimenti che la luce e le tenebre.” (G.
Comisso)
E’ in questo particolare e strano clima psicologico che Fiume
diventa la “Città di Vita”: una specie
di piccola, sperimentale “controsocietà”, con idee e valori
non esattamente allineati a quelli della morale corrente, con la trasgressione
continua delle norme e del buon gusto; la ribellione quale gesto di massa
daranno il via alla libertà sessuale, all’omosessualità non nascosta,
alluso-abuso di droga, al naturismo, alle beffe continue, ad una esasperazione
degli atteggiamenti sia tra i civili che tra i Legionari più comuni: nuove
fogge nel vestire, nel modo di comportarsi, di addestrarsi, di marciare, di
discutere.
Ai rimproveri, minacce, blocchi, censure che arrivano dall’altra
parte dell’Adriatico il Comandante ed i suoi rispondono con scherno: “Ridiamo,
compagni. Non siamo mai stati tanto sereni, tanto sicuri, tanto
allegri. Laggiù a Roma, Cagoia e il suo porcile non immaginano quale
schietta ilarità susciti in noi quello spettacolo di sopracciglia corrugate, di
pugni grassocci dati a tavole innocenti, di menzogne puerili, di rampogne
senili, di minacce stupide, di ringoiamenti goffi, in confronto della nostra
risolutezza tranquilla, della nostra pacatezza imperturbabile. Noi ripetiamo:
«Qui rimarremo ottimamente». Essi non sanno in che modo cacciarci…”(G.
d’A.)
Ma la città non conosce solo l’euforia della festa, della
sperimentazione, del libero amore, dell’esser luogo dove tutto è concesso
e il verosimile è più vero del vero.
Se Fiume subisce felicemente il fascino del vizio più anarchico,
soffre anche di un’ondata di crimini e di azioni banditesche e delittuose. I
Reali carabinieri non hanno vita facile e cominciano a dare segni di
insofferenza: “Intanto dall’Italia vedeva arrivare
gente sospetta che stava in lunghi conciliaboli con il Poeta (De Ambris,
Marinetti, Mussolini, il Capitano Vecchi degli Arditi, ed altri lestofanti di
tutta Italia) vicino a se aveva creato una segreteria speciale che elaborava
con i suoi suggerimenti i piani più fantastici; uno fra i tanti era quello in
cui veniva trattato l’invio di circa un centinaio di Ufficiali in Italia per
avvicinare e lavorare gli ambienti più facilmente rivoluzionabili, studiare gli
edifici che in ogni singola Città avrebbero dovuto essere occupati, come
banche, stazioni ferroviarie, poste, telegrafi ecc. ecc. ed infine studiare il
modo di armare la milizia cittadina. L’elaborazione di simili programmi
eminentemente rivoluzionari avveniva mentre in Italia ferveva la lotta per le
elezioni politiche, anzi a questo proposito, era intenzione del Poeta d’inviare
in tutta Italia un adeguato numero di legionari col preciso mandato di rompere
le urne il giorno delle elezioni. Già tutto era pronto per questa spedizione
quando corse a Fiume Mussolini ad impedire l’attuazione. (Forse perché allora
aveva l’illusione di riuscire eletto deputato). I legionari (ed erano la
maggior parte) per cui Fiume non era un fine, ma un mezzo, si divisero a
secondo del partito e così si ebbe la Fiume la rappresentanza dei bolscevichi,
dei riformisti, dei repubblicani, dei popolari ecc. con relative riunioni,
discussioni, progetti e liti, naturalmente tutte con grande scapito della
disciplina e dell’idea che mosse noi da Ronchi. Fra tutti gli avventurieri
di ogni risma che giornalmente piovevano a Fiume, non poche erano dei
delinquenti veri e propri o dei degenerati, basti dire che non vi è specie di
delitto che non sia stato consumato a Fiume, dall’assassinio al furto, non
vi è specie di vizio che non fosse sfacciatamente ostentato dalla cocaina alla
pederastia. D’Annunzio proteggeva i primi esigendone l’incolumità e favoriva i
secondi tenendo lui steso un contegno depravato.” (C. Reina)
La popolazione civile e, in particolar modo i bambini, deve
sopportare non pochi disagi quando il governo italiano decreta l’embargo
commerciale e non arrivano più beni di prima necessità. Il Comandante e
l’immancabile Keller instaurano, per far fronte ai bisogni della città, la “Pirateria
dei Legionari” un modello economico di stampo piratesco: con piccole
e rapide unità navali i Legionari, appositamente addestrati allo scopo, danno
l’assalto a navi, treni, autocarri, attaccando per terra e per mare. Sono gli “Uscocchi”
(dal nome dei pirati slavi che nel XVI° secolo dalle coste di Istria e Dalmazia
assaltavano le imbarcazioni ottomane e veneziane) ben manovrati dal loro
comandante, il Tenente Mario Magri. A occuparsi della pirateria un apposito
ministero tra il serio ed il ludico, in perfetto stile futurista: l’Ufficio
Colpi di Mano. Gli “Allegri Filibustieri” mettono a
segno, con cadenza regolare, tutta una serie di scorrerie davvero notevoli:
requisiscono dai cereali ai cavalli, dai gioielli al carbone, dai vagoni
ferroviari ai bastimenti. Sono gli Uscocchi a procurare i veri introiti
fondamentali per l’economia e l’approvvigionamento di Fiume, grazie anche a una
fitta rete di relazioni assai utili: un folto gruppo di simpatizzanti dislocati
tra Venezia e Trieste e molti uomini di fiducia presenti in tutta la penisola.
Il primo colpo di mano è quello del 10 ottobre 1919 quando, vicino
all’isola di Lussino, catturano il piroscafo Persia diretto
in Oriente con 13.000 tonnellate di rifornimenti destinati all’esercito
controrivoluzionario russo: il carico viene trattenuto e, signorilmente, la
nave resa al governo. “Si trovò un po’ di tutto a bordo
del Persia che faceva rotta verso l’Estremo Oriente: marmellate,
munizioni e sciampagna destinata allo Stato maggiore dell’ammiraglio Koltchak,
pneumatici, stivaletti, e persino un ambasciatore abbastanza stupefatto
dell’avventura, e che il giorno stesso fu lasciato andare”(L.
Kochnitzky).
Con l’inverno alle porte gli Uscocchi mettono a segno un altro signor colpo: viene catturato il Trapani, ed è il bengodi: “Con la cattura del Trapani le riserve dei legionari si arricchirono di 600 sacchi di farina, 330 sacchi di pasta, 100 sacchi di ceci, 278 sacchi di caffè, 224 ceste di formaggio, oltre a fieno, avena, crusca, legnami da costruzione, 10.000 paia di scarpe… e persino 40 casse di estintori da incendio!” (F. Gerra ). Fiume, per diversi mesi, può dormire sonni tranquilli. “Gli Uscocchi sono corsari che non predano se non per dar da mangiare agli affamati” (L. Kochnitzky).
“L’affaire Fiume” sta
diventando un bel problema per il governo italiano. Nitti cerca la via diplomatica
e nell’ottobre ricominciano gli incontri tra d’Annunzio e il Generale
Badoglio che, in capo a due mesi, si concludono con un nulla di fatto. Tra la
fine di novembre e la prima metà di dicembre il Comando fiumano intavola una
nuova serrata trattativa, sempre con Badoglio. I negoziati culminano con
l’elaborazione di un “modus vivendi” con cui
l’Italia s’impegna rispettare le istanze di Fiume, lo status di “città
libera” a statuto speciale e a evitare ad ogni costo la possibile
annessione alla Jugoslavia.
La proposta fatta dal Governo per tramite del Generale fa sì che
l’entourage dannunziano si divida in due linee di pensiero ben definite: i
legalisti, a favore del modus vivendi, e gli scalmanati,
assolutamente contrari.
I primi hanno tra i più importanti esponenti il Maggiore Reina.
Sono ufficiali di carriera che credono nelle finalità patriottiche della
vicenda fiumana, contrari a qualsiasi devianza rivoluzionaria; credono negli
ideali monarchici, nella disciplina, nell’ordine. La Marcia di Ronchi e l’occupazione
della città non è rivoluzione o diserzione militare ma episodio che deve
costringere il governo italiano a fare qualcosa per la sorte di Fiume.
Gli scalmanati sono ufficiali di complemento che, dopo l’esperienza
della Guerra Mondiale, vedono nell’Impresa un momento di rivalsa personale.
Questi uomini ritengono Fiume il primo passo verso il cambiamento dell’intera
società globale. L’annessione della città dalmata all’Italia è solo uno degli
obbiettivi. L’esempio più eclatante di questa fazione è proprio il
Tenente Guido Keller.
Le due linee di pensiero si scontrano. D’Annunzio convoca un
plebiscito per il 18 dicembre, con il quale la cittadinanza avrebbe potuto
esprimersi sull’accettazione del “modus vivendi”. A causa di
frequenti episodi di violenza e di brogli elettorali, il plebiscito viene
bloccato dallo stesso Comandante, che rimette nuovamente la decisione al
Consiglio Nazionale. Il Consiglio, da parte sua, respinge il “modus
vivendi” mettendo così la parola fine alle trattive. Il
Maggiore Reina, già in aperto contrasto con il Poeta per la piega
rivoluzionar-repubblicana che stava prendendo il Governo dannunziano della
città, abbandona Fiume; il Maggiore Giuriati rassegna le proprie dimissioni da
Capo di Gabinetto: “io sono venuto a Fiume per difendere le
secolari libertà di questa terra, non per violentarle o reprimerle”; gli
subentra Alceste de Ambris, anarcosindacalista ed interventista, chiamato in
città dallo stesso Comandante. Anche Badoglio, scornato dai continui fallimenti
militari e diplomatici in seno alla faccenda fiumana, si dimette e viene
sostituito dal Generale Caviglia. Il 21 marzo 1920, dopo che il 26 gennaio il
Consiglio Nazionale aveva emanato il primo bando per la leva obbligatoria per i
cittadini fiumani, avviene la cerimonia per il giuramento delle reclute.
La formula non contiene nessun riferimento al Re ma solo alla fedeltà verso il
Comandante.
“Giuro di difendere con tutte le mie forze e sino
all’estremo il territorio nazionale e di obbedire agli ordini del
Comandante Gabriele d’Annunzio. Lo giurate voi?”
Per gli animi più fedeli alla monarchia è un chiaro segnale
delle intenzioni repubblicane del Vate.
Questo, i reiterati episodi di violenza e azioni criminali non
puniti dagli uffici preposti del regime e altri dissidi, contribuiscono ad
allontanare parte delle personalità politiche più moderate e molte delle figure
lealiste presenti tra le file dell’esercito (tra cui i Reali Carabinieri di
Vadalà ma anche ufficiali di altre armi). I vuoti provocati dalla defezione
nei reparti lealisti si colmano con l’arrivo di nuovi volontari dallo spirito
maggiormente rivoluzionario.
I principi progressisti di De Ambris avevano conquistato fin da
subito d’Annunzio: egli vuole che la “Città di Vita” diventi esempio di
una rinascita morale e sociale a più ampio spettro, una risoluzione più
radicale che non si limiti ai confini geografici della città; la Santa
Impresa deve trasformarsi in una crociata contro gli imperi
coloniali e la Società delle Nazioni, il “trust” degli
stati ricchi.
Crea l’ “Ufficio Relazioni Esteriori”
(URE), dedicato a cercare contatti diplomatici e a diffondere il messaggio
dannunziano nel mondo.
Spira una nuova aria a Fiume e d’Annunzio lancia, il 30 marzo, il
proclama “Con me!” in cui rivendica il diritto di ribellarsi
alla Lega delle Nazioni creando la Lega di Fiume: “Alla
Lega delle Nazioni noi opporremo la Lega di Fiume; a un complotto di ladroni e
di truffatori privilegiati opporremo il fascio delle energie pure. Questa è la
nostra fede. Questa è la nostra causa… Chi non è con me è contro di me. Chi non
è con noi è contro di noi… D’un solo cuore, d’un solo fegato, d’un solo patto,
con me, spalla contro spalla, gomito contro gomito, braccio sotto braccio, come
quando voi fate la catena per gettare al sole o alle stelle le vostre canzoni
vermiglie, con me, compagni con me compagno, fedeli a me fedele, con me, fino
alla meta e di là dalla meta, fino alla morte e oltre!”.
Il lirismo del Poeta-Guerriero e il suo potere estetico e mentale
cozzano violentemente con la situazione in cui versa la città affamata
dall’embargo e dalla carenza di beni di prima necessità, in cui la popolazione
civile deve arrangiarsi come può anche solo per sopravvivere. Non circola
denaro, le attività del porto sono ferme, disoccupazione e inflazione sono alle
stelle. In aprile d’Annunzio si assume il compito di risolvere la controversia
tra gli stremati lavoratori in sciopero, che chiedono l’introduzione di un
salario minimo e un aumento delle razioni a prezzo ridotto, e gli imprenditori: “E
in quella sala decente c’era veramente la figura della fame, c’era veramente la
figura della miseria. Rivivevano le immagini delle mie domeniche d’udienza, con
un rilievo crudele: le donne scarne, quasi esangui, esauste, che avevano
venduto l’ultima masserizia e l’ultimo cencio; i bambini macilenti…gli uomini
malati…”. (G. d’A.)
Quattromila bambini vengono sfollati in Italia dalla città ridotta
alla fame, con il supporto dei Fasci di combattimento e delle associazioni
femminili italiane che se ne prendono carico, l’aiuto di comitati cittadini
“pro bambini fiumani”, di attiviste, di ricche borghesi ed personalità
dell’aristocrazia.
Il 7 maggio con un eccezionale colpo di mano gli Uscocchi, armi in
pugno, catturano il piroscafo Barone Fejerwary carico di grano
e materie prime: alcuni mesi di pane e masserizie sono assicurati.
Ma le condizioni della città e la frattura sempre più profonda tra
le due anime di Fiume – monarchica e repubblicana- rendono la situazione sempre
più instabile.
L’11 giugno cade il ministro Nitti e Fiume festeggia il “de-cesso
di Cagoia” alla sua maniera: “Chi Fiume ferisce / di Fiume perisce”
lo schernisce il Poeta.
Il 12 agosto D’Annunzio annuncia la costituzione di Fiume come
Stato libero: “L’orizzonte della spiritualità di Fiume è vasto
come la terra; va dalla Dalmazia alla Persia, dal Montenegro all’Egitto, dalla
catalogna alle Indie, dall’Irlanda alla Cina, dalla Mesopotamia alla
California. Abbraccia tutte le stirpi oppresse, tutte le credenze contrastate,
tutte le aspirazioni soffocate, tutti i sacrifizii delusi. Come il vessillo
rosso dei ribelli sul Nilo porta la Mezzaluna e la Croce, esso comprende tutte
le rivolte e tutti i riscatti della Cristianità e dell’Islam… Giovani,
liberiamoci. Rompiamo tutte le scorze, fendiamo tutte le croste. Incominciamo a
rivivere. Incominciamo la vita nuova. Io non voglio logorarmi, né abbassarmi,
né perdermi. Io voglio salvare la mia anima, come voi dovete salvare la vostra.
Io voglio morire lottando. Non voglio morire languendo.”
Il Poeta è esaltato dalla nuova proiezione trans-fiumana che sta
assumendo la “sua” impresa: l’URE annuncia contatti con
rappresentanti di varie minoranze etniche, di movimenti indipendentisti e
persino con delegati della Russia sovietica. Il Comandante si sente depositario
dello spirito dei tempi, dei grandi sconvolgimenti e movimenti che agitano la
politica internazionale.
Ma il nuovo Stato libero deve avere una
Costituzione, una emanazione di norme e regole sociali che vada a regolare la
vita cittadina. La prima edizione, tirata in centodieci esemplari, della Carta
del Carnaro è del 27 agosto 1920 ed è un progetto visionario
che unisce le intuizioni sociologiche e politiche di d’Annunzio con lo spirito
prettamente rivoluzionario di Alceste de Ambris: “La reggenza italiana
del Carnaro. Disegno di un nuovo ordinamento dello stato libero di Fiume”.
Nella Carta, documento dal
carattere straordinariamente moderno, si trovano propugnati i principi di una
democrazia diretta, organica ed egualitaria: “La Reggenza riconosce
e conferma la sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe,
di lingua, di classe, di religione”; “Tutti
i cittadini dello Stato, d’ambedue i sessi, sono e si sentono eguali davanti
alla nuova legge”; “Le libertà fondamentali di pensiero, di
stampa, di riunione e di associazione sono dagli Statuti garantite a tutti i
cittadini”. La centralità sociale del lavoro produttivo e la sua
preminenza rispetto al diritto di proprietà, il salario minimo garantito, il
diritto allo studio compresa l’educazione fisica in idonee strutture,
l’assistenza medica gratuita, la pensione, il diritto al risarcimento in caso
di abuso di potere o errore giudiziario, il liberismo commerciale, l’autonomia
comunale, la possibilità di riformare in qualunque momento la Costituzione, il
diritto referendario, la revocabilità dei governanti e dei funzionari e la loro
responsabilità civile e penale per eventuali errori o abusi, il diritto al
libero culto religioso, il suffragio universale esteso anche alle donne, il
divorzio, sono prerogative sostenute nel nuovo ordinamento. Si propugna
una Repubblica (poi il termine verrà sostituito, nel
testo definitivo del 1° settembre 1920, con Reggenza)
decentrata e a-confessionale, in cui l’attuazione delle leggi è affidata a
sette Rettori, con al vertice del sistema la figura del Comandante che, in caso
di estremo pericolo, può assumere poteri dittatoriali. Il potere legislativo
spetta a tre camere con competenze diverse: il Consiglio degli Ottimi, non meno
di trenta membri in carica per tre anni, che si radunano una volta l’anno ad
ottobre; il Consiglio dei Provvisori, sessanta membri in carica per due anni
eletti proporzionalmente dalle corporazioni, che si radunano due volte l’anno a
maggio e novembre e, infine, il Consiglio Nazionale, detto Arengo
del Carnaro, formato dai membri dei precedenti consigli riuniti in
seduta plenaria una volta l’anno.
Due articoli del codice incarnano l’ideale di Bellezza del
Poeta: “E’ instituito nella Reggenza un collegio di Edili, eletto con
discernimento fra gli uomini di gusto puro, di squisita perizia, di educazione
novissima…Esso presiede al decoro del vivere cittadino…impedisce il
deturpamento delle vie…allestisce le feste civiche di terra e di mare con
sobria eleganza…si studia di ridare al popolo l’amore della bella linea e del
bel colore”. “Nella reggenza italiana del Carnaro la
Musica è una istituzione religiosa e sociale. Se ogni rinascita d’una gente
nobile è uno sforzo lirico, se ogni sentimento unanime e creatore è una potenza
lirica, se ogni ordine nuovo è un ordine lirico nel senso vigoroso e impetuoso
della parola, la Musica considerata come linguaggio rituale è l’esaltatrice
dell’atto di vita, dell’opera di vita.”
La sera del 30 Agosto, presso il Teatro Fenice, d’Annunzio da
pubblica lettura della Carta del Carnaro e la
mattina del 31 la ripete all’adunata dei Legionari, con l’annuncio di una nuova
concezione dell’esercito della Reggenza: “In mezzo a questo campo trincerato noi abbiamo
posto le fondamenta d’una città di vita, d’una città novissima. (…) Qui, in
questo breve libro, è il disegno della vostra architettura, è il lineamento del
vostro edifizio. Voi avete posto mano a queste pagine. Queste pagine sono vostre.
(…) Siamo liberi e nuovi, non oggi soltanto, ma dal giorno in cui la nostra
prima autoblindata spezzò la barra dei buffoni con le due branche dei suoi
tagliafili. La volontà di rivolta e la volontà di rinnovazione hanno creato in
noi questo sentimento di libertà non conosciuto neppure dai più rapidi
precursori. Non disobbediamo a nessuno perché obbediamo all’amore. Non
prendiamo nulla perché tutto è nostro.”
Per ottenere un impatto che fosse spettacolare, d’Annunzio e De
Ambris decidono di proclamare la Reggenza il 12 settembre,
primo anniversario di Ronchi, con un’imponente celebrazione. L’iniziativa
sorprende il Consiglio Nazionale che, l’8 settembre, si scioglie e nomina
un direttivo provvisorio; questo obbliga il Poeta e De Ambris a promulgare il
nuovo corso con quattro giorni d’anticipo.
L’8 settembre viene così ufficialmente proclamata la Reggenza
del Carnaro. La bandiera, rossa con in mezzo la costellazione
dell’Orsa Maggiore circondata dall’Uroboro, mistico simbolo dell’infinito, con
il cartiglio “Quis contra nos?”, fa invece la
sua prima apparizione proprio il giorno dell’anniversario della marcia di
Ronchi, con una sontuosa celebrazione che rafforza ulteriormente il “mito
dell’Impresa”.
Intanto continuano i colpi di mano per rimpinguare le asfissiate
casse di Fiume: il 5 settembre sette Uscocchi si imbarcano segretamente a
Catania e dirottano il Cogne. Purtroppo la nave contiene
molto materiale prezioso ma totalmente inutile al sostentamento della città.
L’unica soluzione è di farla riscattare dal governo italiano. Il 17 novembre,
grazie all’intercessione del Sen. Borletti, simpatizzante della Causa e amico
del Vate, il Cogne viene riacquisito per
un controvalore di 12 milioni di Lire.
La proclamazione della Reggenza riporta prepotentemente Fiume e la
Questione Adriatica sotto i riflettori della politica internazionale.
Poco dopo l’ 8 settembre, d’Annunzio viene coinvolto in una seconda
impresa “rivoluzionaria”: la fine di ottobre vede la stesura di un “Nuovo
ordinamento dell’esercito liberatore” vergato dal Capitano
Giuseppe Piffer e perfezionato dal Poeta. Questo riassetto prevede la
riforma della struttura e della gerarchia dell’Esercito. I concetti espressi
nell’opuscolo piacevano agli scalmanati come Keller e Comisso quanto
dispiacevano ai militari tradizionalisti come il Generale Sante Ceccherini: il
principio base è “comandare senza comandare” perché
la fiducia e l’obbedienza nel Capo devono essere totali e cieche senza
imposizioni; la struttura e il funzionamento dell’esercito dovranno basarsi su
principi di snellimento burocratico, semplificazione della gerarchia e
indipendenza dei vari reparti. “Ogni comando intermedio fra l’Esercito e il
suo Comandante è abolito”. Fra le altre cose, nel Nuovo
Ordinamento, si parla di libertà d’abbigliamento, del resto già in auge tra i
Legionari: “Taluni portavano abbondanti cravatte a svolazzo, altri preferivano
la scollatura, v’era chi girava col fez degli arditi, chi l’aveva
definitivamente sostituito da folte chiome pettinate all’indietro; la compagnia
«d’Annunzio» usava i pantaloni corti; tutti indistintamente avevano un debole
per il pugnale a sghimbescio infilato in modo da rimanere a portata di mano”.
La promulgazione del Disegno porta a una ulteriore defezione di
soldati e ufficiali inquadrati nell’esercito regolare.
Nonostante gli atteggiamenti anti-serbi dei nazionalisti alla guida
di Fiume, Giolitti è determinato a stringere un accordo con Belgrado per
risolvere definitivamente la faccenda: “Il Regno d’Italia e il Regno dei Serbi,
Croati e Sloveni, desiderano stabilire tra loro un regime di sincera amicizia e
cordiali rapporti, per il bene comune dei due popoli “ (dal
testo del Trattato di Rapallo).
Il 12 novembre 1920 le trattative del ministro degli Esteri Sforza
portano alla firma del Trattato di Rapallo. Il confine
proposto dagli alleati viene esteso a oriente fino al Monte Nevoso,
comprendendo parte della Slovenia e l’intera Istria. Sono annesse la città di
Zara e le isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosta. Il Trattato prevede,
inoltre, la possibilità – per gli italiani della Dalmazia – di optare per la
cittadinanza italiana. Fiume ottiene lo status di “città
libera”, rimanendo uno stato autonomo posto sotto la tutela delle
Società delle Nazioni. L’art. IV sancisce ufficialmente lo Stato
Libero di Fiume. Lo Stato avrà per territorio il cosiddetto “Corpus
separatum… delimitato dai confini della città e del distretto di Fiume“,
e un’ulteriore striscia che ne garantisce la continuità territoriale con il
Regno d’Italia. Rimane segreta, seppur per poco, una trattativa riguardante
Porto Baross (Porto Sauro, per la popolazione italiana), la zona del delta
dell’Eneo che, essendo attiguo al porto principale di Fiume, è parte
integrante sia del porto che della vita economica della città; in base al Trattato
– e per concessione del Regno d’Italia – diverrà lo sbocco sul mare della
Jugoslavia: l’accordo prevede che “Porto Baross appartiene al Sussak (sobborgo
croato nei pressi di Fiume in territorio Jugoslavo) e
quindi al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni”.
La risoluzione, pur non aderendo a pieno alle intenzioni originarie
dei dirigenti fiumani, è accolta abbastanza positivamente dall’opinione
pubblica e dal mondo politico italiano. Fiume non verrà annessa al Regno
d’Italia ma sarà comunque sottratta alle pretese slave.
Anche esponenti del mondo combattentistico, come Mussolini e De
Ambris, suggeriscono a d’Annunzio di accettare. Il Vate, convinto che
ancora una volta si vada incontro a “inique rinunce”, rigetta gli
accordi e ne rifiuta l’applicazione. Ha così inizio un’estenuante trattativa
tra il governo italiano e il Comando dannunziano che insiste nel non
riconoscere il Trattato di Rapallo e si incaponisce sulla cessione di porto
Baross. Le violente arringhe di d’Annunzio e l’intenzione di occupare militarmente
i territori sottratti al Regno d’Italia dal “Delitto di Rapallo”
( E. Cimbali) – le isole di Arbe e Veglia – ottengono come risposta
l’intimazione, per due volte di seguito, ad evacuare i territori occupati e il
dispiegamento di un blocco militare per terra e per mare.
La situazione è convulsa, il Generale “senza
macchia e senza paura” Sante Ceccherini (amico fraterno di
d’Annunzio, che ha conosciuto durante la Grande Guerra, il più alto in grado
tra i tantissimi Legionari che seguirono il Poeta a Fiume, al vertice della
gerarchia militare e con il gravoso compito della responsabilità organizzativa
ed esecutiva delle forze fiumane) il 25 novembre, con il figlio e il Capo del
Gabinetto militare Colonnello Mario Sani, abbandona la città. Anche l’Ammiraglio
Enrico Millo, Governatore della Dalmazia e sostenitore della causa, tenta di
dissuadere il Poeta dal compiere qualunque incursione armata in terra dalmata.
Nel contempo, approvato in Senato il Trattato,
il governo autorizza il Generale Caviglia a sedare definitivamente la
ribellione dannunziana e porre fine alla questione fiumana con un ultimatum:
l’abbandono, senza ulteriori discussioni, della Città da parte delle forze del
Comandante che, nel frattempo, si trova sempre più in una posizione di isolamento.
D’Annunzio, forte di quanto già accaduto quel 12 settembre 1919 a Cantrida,
sottovaluta gli avvertimenti: è convinto che mai e poi mai Roma avrebbe
attaccato Fiume, costringendo soldati italiani a sparare contro altri italiani;
mantiene la sua posizione e così fanno i suoi uomini. Il 20 dicembre risponde
al Generale Caviglia che non si piegherà alle richieste del governo, sostenendo
che Fiume non ha ratificato il Trattato e che i Legionari non permetteranno la
violazione del territorio della Reggenza. Il giorno seguente, 21 dicembre,
d’Annunzio proclama lo stato di guerra. Sempre il 21 pubblica il proclama “Ai
marinai d’Italia in Fiume italiana e a tutti i marinai d’Italia
nell’Adriatico italiano”, rivolgendosi alle truppe della Regia
Marina che stazionano, in attesa di ordini, nel Golfo di Fiume: “Orazio
Nelson… stimava che ogni marinaio, come ogni altro servitore della Patria,
dovesse avere il coraggio di obbedire agli ordini contro qualunque più
disperato rischio. Ma anche stimava che vi fosse un coraggio più nobile e più
raro: quello di disobbedire agli ordini quando gli ordini erano in conflitto
con l’onore nazionale… Ebbene, miei compagni, tutti gli ordini che oggi vi sono
dati nell’Adriatico offendono atrocemente l’onore della nazione, l’onore d’Italia…
Io, miei compagni, pongo per pegno della mia e della vostra disobbedienza
contro i venditori e i traditori di Roma la mia vita tutta intera devota alla
più bella Causa che mai sia stata data all’uomo per la gioia e per la
gloria di ben morire.” Un chiaro invito a disobbedire agli
alti comandi, ribellarsi e unirsi ai Legionari nella difesa di Fiume.
Incoraggiato dal sostegno dei nazionalisti e dei fascisti locali,
il Vate si trincera in città e invia emissari ai Fasci del Regno sperando in
una sollevazione nazionale in suo favore. Invita a resistere senza arrendersi
anche i sostenitori esterni, chiede che la rivolta si estenda oltre i confini
della Città Olocausta. Mussolini, allineato con quanto già
espresso a favore del Trattato di Rapallo, si limita a deplorare l’azione di
forza del governo italiano. Caviglia detta quindi un termine di 48 ore, entro
le quali uomini e mezzi di terra e di mare possono (o devono) lasciare Fiume
volontariamente. Nel frattempo le operazioni militari hanno inizio, già a
partire dal 23 dicembre, con movimenti di truppe nelle zone di confine. Scaduto
il termine di 48 ore concesso dall’ultimatum, pochi uomini e nessuna nave hanno
lasciato il territorio della Reggenza. Il 24 dicembre 1920, vigilia di Natale,
alle ore 18.00 le forza regolari scatenano il primo attacco. I presidi
legionari intorno a Cantrida vengono circondati e catturati, Alpini e
Carabinieri attaccano la linea di confine. I Legionari non cedono. Dal 24 al 29
dicembre si consumeranno “le cinque giornate di Fiume”,
quelle che il poeta definirà come Natale di sangue. Dopo la tregua
del giorno 25, disposta dal Generale Caviglia, alle ore 6:50 del 26 gli
attacchi riprendono con forza. I Legionari oppongono una strenua resistenza.
Nel pomeriggio l’unità della Regia Marina Militare Andrea
Doria, che incrocia nel Golfo di Fiume, riceve l’ordine di aprire
il fuoco direttamente sul Palazzo del Governatore, sede della rappresentanza delle
Reggenza. Il primo colpo manda in frantumi l’architrave dello studio dove sono
riuniti il Poeta e i Capitani Zoli e Colseschi. D’Annunzio ne esce
miracolosamente illeso, con solo una lieve ferita alla testa, mentre il
Sergente Antonio Gottardo, anch’egli presente nella stanza, viene colpito a
morte. Il secondo colpo va a segno al piano superiore dell’edificio, dove si
trova l’appartamento privato del Vate. La granata, distruggendo l’architrave,
segna il punto di non ritorno della sorte dell’Impresa. Poco dopo esce il
proclama del Comandante “Agli Italiani”: “O
vigliacchi d’Italia, sono tutt’ora vivo e implacabile. E, mentre m’ero
preparato ieri al sacrifizio e avevo già confortato la mia anima, oggi mi
dispongo a difendere con tutte le armi la mia vita. L’ho offerta cento e cento
volte nella mia guerra sorridendo. Ma non vale la pena di gettarla oggi in
servigio di un popolo che non si cura di distogliere neppure per un attimo
dalle gozzoviglie natalizie la sua ingordigia, mentre il suo Governo fa assassinare
con fredda determinazione una gente di sublime virtù come questa che da sedici
mesi patisce e lotta al nostro fianco e non è mai stanca di patire e di
lottare. Hanno coperto l’assassinio tre giorni di silenzio bene scelti. E nel
quarto giorno l’assassinio sarà glorificato. O vecchia Italia, tieniti il tuo
vecchio che di te è degno. Noi siamo d’un’altra Patria e crediamo negli eroi.”
Sempre nello stesso giorno del 26, alle ore 20, viene emanato un
bollettino straordinario su La Vedetta d’Italia (il quotidiano
di Fiume): “Per ordine del governo di Roma, da 3 giorni le truppe regolari
assassinano legionari e cittadini in violenti combattimenti… la
superdreadnought Andrea Doria spara sulla città prendendo di mira la persona
del Comandante… il capitano di una nave italiana che spara contro italiani e
contro popolazioni italiane inermi commette tale atto di viltà da essere
denunciato al particolare disprezzo del popolo italiano”.
Il 27 dicembre la città viene continuamente cannoneggiata; vengono
colpiti obbiettivi militari e civili. I bombardamenti notturni danno il colpo
di grazia alla già flebile resistenza psicologica della popolazione. Il 28
dicembre i Capitano Host-Venturi e il sindaco Gigante chiedono al Generale
Ferrario di lasciar evacuare donne, vecchi e bambini. Ferrario, irremovibile,
rifiuta ma si dice disposto a concedere una tregua fino alle 14. Poi, avvisa,
inizierà nuovamente a bombardare sistematicamente a tappeto tutta la città.
La capitolazione è ormai inevitabile. La situazione che si è venuta
a creare induce d’Annunzio alla rinuncia. Alle 8 del 28 dicembre tutte le
operazioni militari cessano. Viste le ferme posizioni del Comando delle truppe
regolari, lo stesso giorno il Poeta riunisce il Consiglio Nazionale che decide
per la fine delle ostilità; mancandogli l’appoggio della rappresentanza
cittadina (solo Grossich si schiera per una resistenza ad oltranza) e della
maggior parte della cittadinanza, rassegna le dimissioni, dichiara lo
scioglimento immediato del Governo dei Rettori, rimane a capo dei soli
Legionari e rimette tutti i poteri militari e civili; desidera che la resa sia
il più onorevole possibile per tutti: per la città nella sua interezza, per i
suoi Legionari, per se stesso.
Il giorno dopo scrive una lettera dal titolo La
Rinunzia: “…Essi confessano di non potere abbattere la
resistenza eroica dei legionarii se non distruggendo la città, se non uccidendo
i cittadini inermi.
Essi dichiarano di voler distruggere la città senza voler lasciare
uscire il popolo!… Io non posso imporre alla città eroica la rovina e la morte
totale che il Governo di Roma e il Comando di Trieste le minacciano. Io
rassegno nelle mani del Podestà e del Popolo di Fiume i poteri che mi furono
conferiti…Attendo che il Popolo di Fiume mi chieda di uscire dalla città, dove
non venni se non per la sua salute. Ne uscirò per la sua salute. E gli lascerò
in custodia i miei morti, il mio dolore e la mia vittoria.”
Secondo fonti ufficiali i caduti nelle fila dell’esercito regolare
sono venticinque, ventidue quelli tra i Legionari e sei tra i civili, più
numerosi feriti tra truppa e popolazione.
Il 31 dicembre è il giorno della definitiva resa. Con la firma da
parte dei rappresentanti cittadini della “Convenzione di Abbazia” e
l’accettazione del Trattato di Rapallo, che mette il punto definitivo sulla
questione dei confini e risolve il “problema” di Fiume, la
Reggenza vede concludere la sua breve esistenza. I Legionari vengono
smobilitati senza conseguenza legali, fatta eccezione per i reati comuni.
Quello stesso giorno d’Annunzio dà alle stampe il suo “L’alalà
funebre”: “Il 24 le truppe regie dovevano occupare la
città. Oggi 31 le truppe regie non sono riuscite a imprimere nella nostra linea
la più lieve inflessione. Noi siamo dunque vittoriosi… Il vinto di Fiume è il
millantatore di Vittorio Veneto, perché noi desistiamo dal combattere, minaccia
di distruggere la cerchia di San Vito con un bombardamento continuato,
quartiere per quartiere…Tutti gli effetti del tirannico terrore erano stati
premeditati e preparati con arte grossa da colui che passerà nella storia della
ferocia sgrammaticata sotto il nomignolo di «Chiunque il quale» o miei allegri
compagni… C’è qualcuno di voi, o miei Arditi, che abbia quella medaglia coniata
dal XXX Reparto di Assaltatori…? Una testa di morto coronata di lauro serra fra
i denti scoperti il pugnale nudo e guarda fisso dalle profonde occhiaie verso
l’ignoto. Stanotte i morti e i vivi hanno il medesimo aspetto e fanno il
medesimo gesto. A chi l’ignoto? A noi!”
Prende vita lo Stato Libero di Fiume
Il 2 gennaio 1921, al cimitero di Fiume, di fronte ai morti
dell’una e dell’altra parte, D’Annunzio pronuncia l’orazione “Riconciliazione”,
mentre del 3 gennaio è l’ultimo documento pubblicato, il volantino “Il
commiato fra le tombe”: “…Non eravamo legioni armate; eravamo
un’armonia ascendente… Nessuno rimase in piedi: nessuno delle milizie, nessuno
del popolo. E colui che versò più lacrime si sentì più beato. E qualcosa di noi
trasumanava; e qualcosa di grande nasceva, di là dal presente. E ogni lacrima
era Italia; e ogni stilla di sangue era Italia; e ogni foglia di lauro era
Italia. E nessuno di noi sapeva che fosse e di dove scendesse quella grazia.
Tale fu ieri il commiato che i Legionarii diedero alla terra di Fiume. E domani
a un tratto la città sarà vuota di forza come un cuore che si schianta.”
Tra il 4 e il 13 gennaio 1921, in una città pervasa da un’aria
grigia di mestizia, i Legionari abbandonano Fiume. Il 6 gennaio partono i
ragazzi de La Disperata.
“I legionari erano furenti contro il governo nazionale e nella
rabbia si strappavano i distintivi dell’esercito italiano, al posto delle
stellette si mettevano i francobolli di Fiume. In Italia nessuno si era mosso a
nostro favore, i partiti che dapprima ci avevano dato assistenza nulla fecero
per noi. Tutta l’Italia ci avrebbe lasciati trucidare. Le truppe che ci erano
venute ad assalire nella vigilia di Natale erano state eccitate con premi e con
bevande. Il governo di Roma approfittò delle feste natalizie durante le quali
non sarebbero usciti i giornali per compiere tranquillamente l’operazione. Il
Comandante dalla nostra radio fece trasmettere a tutto il mondo l’annuncio del
sacrificio mentre si compiva.” (G.
Comisso).
Il 6 gennaio 1921, sulle pagine de L’Ordine Nuovo,
Antonio Gramsci scrive un’appassionata lettera in difesa dei Legionari e contro
la propaganda del governo liberale di Giolitti:
“L’onorevole Giolitti in documenti che sono emanazione diretta del
potere dello Stato ha più di una volta, con estrema violenza, caratterizzato
l’avventura fiumana. I legionari sono stati rappresentati come un’orda di
briganti, gente senza arte né parte, assetata solo di soddisfare le passioni
elementari della bestialità umana: la prepotenza, i quattrini, il possesso di
molte donne. D’Annunzio, il capo dei legionari, è stato presentato come un
pazzo, come un istrione, come un nemico della patria, come un seminatore di
guerra civile, come un nemico di ogni legge umana e civile. Ai fini di governo,
sono stati scatenati i sentimenti più intimi e profondi della coscienza
collettiva: la santità della famiglia violata, il sangue fraterno sparso
freddamente, la integrità e la libertà delle persone lasciate in balìa di una
soldataglia folle di vino e di lussuria, la fanciullezza contaminata dalla più
sfrenata libidine. Su questi motivi il governo è riuscito ad ottenere un
accordo quasi perfetto: l’opinione pubblica fu modellata con una plasticità
senza precedenti”.
Il Comandante lascia definitivamente Fiume il 18 gennaio. Parla
un’ultima volta dalla ringhiera del Municipio: “Io posso aver errato
qualche volta; voi siete stati perfetti sempre. Rifarò tra poco quella via che
feci sotto il sole di settembre… verso quella Fiume che resterà sempre nel mio
cuore. Se voi mi amate, se io son degno del vostro amore, quella Fiume voi
dovete preservare contro ogni sopraffazione, contro ogni insidia, contro ogni
vendetta. Viva l’amore. Alalà!”.
Riparte sulla Fiat rossa, guidata dal fido Giacomo Basso.
Al di là del confine, in terra Serenissima, lo attende – ancora una
volta – la fedele, mite Luisa Baccara, la graziosa “piccina” che gli era
rimasta sempre accanto, quella Smikra dal “viso
olivigno da piccola greca dell’Asia Minore” dal naso che “scendeva
dritto ed esiguo come quello della Psiche di Napoli” , “dai
capelli selvaggi solcati d’argento” matassa di “capelli
neri, capelli fulvi e capelli canuti, commisti in matasse che hanno per intrico
un segreto notturno”, la cui “ossatura
era musicale come l’avesse congegnata un bonissimo liutaio; sembrava talvolta
che i suoni fossero dati dai suoi nervi tesi e non dalle corde percosse”, esempio
di abnegazione e dedizione, “unità dell’emozione e di bellezza, che fonde
in un attimo tutti i tempi e tutti i segni” (G. d’A.). Il
Poeta ne è completamente soggiogato fin dal loro primo incontro: “Davanti
alla tastiera, la piccola Veneziana della parrocchia di Santo Stefano fa
pensare agli spiriti e ai fuochi di un Concerto giorgionesco. Col vasto
pianoforte a coda ella si accorta come il violinista col suo strumento
sottile…nel modo che il legno liscio rispecchia il gioco delle sue mani forti,
l’intera sonorità della cassa si foggia a somiglianza della sua bellezza
patetica” (G.d’A.).
Quando decide di imbarcarsi nell’Impresa, il Vate porta con sé tre
cose che gli sono indispensabili: “dieci scatole di cioccolatini Fiat, 500
grani di stricnina e Smikra” (D. Musini). A Fiume la
Baccara è invisa ai più, che la trovano fredda e antipatica; per Keller e
Comisso è colpevole di rammollire e distrarre d’Annunzio con estenuanti giochi
amorosi e abbondanti dosi di cocaina, tanto da far loro ideare un piano
contorto per rapirla e portarla, nottetempo, su di un’isola deserta. Ma per
Gabriele la mancanza di lei, spesso lontana per concerti, è come un faro spento
in una notte tenebrosa di tempesta: “Senza di te sono come un condannato al
supplizio, come un condannato che teme la luce e teme la notte. Le nostre sere
di fuoco mi sembravano meravigliose, ma ora, in questa solitudine, mi sembrano
più preziose della vita stessa, perché non vivo più”. Rimarranno
assieme fino alla fine, l’uno succube dell’altro in un gioco che non ha padrone
o servitore ma solo due modi diversi di completarsi l’un l’altro.
Il magico cerchio descritto dall’Uroboro di Fiume, ciò che sembra
immobile ma è eternamente in movimento, apertosi a Venezia per quello che era
solo l’embrione di una concreta utopia, si chiude con il ritorno alla città
lagunare. Un nuovo inizio dopo una tempestosa fine.
“Io ho quel che ho donato” (G.d’A.)
Note
(1) Facente parte del Battaglione di fanteria
coloniale francese
(2) N.d.r. la denominazione deriva dall’avvenimento
siciliano del 1282 quando nei pressi della chiesa palermitana S. Spirito, fuori
le mura, un soldato francese di nome Drouet, il 30 marzo, lunedì di Pasqua, si
comportò in un modo irriverente nei confronti di una giovine donna in compagnia
del suo consorte. La donna svenne, e lo sposo non esitò a trafiggere con una
spada Drouet, iniziava da quell’episodio la rivolta denominata “I Vespri
siciliani”)
(3) Paolo Venanzi 1972 Italia
o morte! Vicende e figure nella storia di Fiume
(4) A. Scottà 2003 La Conferenza di pace
di Parigi fra ieri e domani (1919-1920)
(5) Monica Gasparotto Battaglia, nata a Bassano del
Grappa nel 1970 è coautrice assieme ad Antonio Mucelli ed altri otto autori:
Giacomo Bollini, Enea De Alberti, Antonio Melis, Roberto Roseano, Carlo Alberto
Rosso, Raffaello Spironelli, Ezio Tormena e Paolo Volpato di “Arditi
d’Oro” (le 20 M.O.V.M. dei Reparti d’Assalto italiani 1917-1918) Dicembre 2018
– con relative presentazioni nazionali. La studiosa nel 2018 ha tenuto alcune
conferenze sui Reparti d’Assalto. Inoltre, ha offerto diverse collaborazioni
scritte con riviste e libri tematici sull’arditismo ed in procinto di
pubblicare un’importante prefazione e introduzione per una prossima ristampa
anastatica di una nota opera sugli Arditi.
Essendo nata all’ombra del Monte Grappa, coltiva
da sempre un particolare interesse verso gli accadimenti relativi alla Grande
Guerra, attraverso letture, escursioni sui luoghi del conflitto, ricerca
storica di documenti ed immagini. Monica Gasparotto Battaglia e Antonio
Mucelli, insieme a Carlo Bianchi, sono i referenti storici della Federazione
Nazionale Arditi d’Italia (F.N.A.I.) il cui Presidente è il Paracadutista
Massimiliano Ursini. Essi, appartengono alla Sezione provinciale di Trieste,
Fiume, Istria e Dalmazia ed anche della Sezione di Treviso.
Bibliografia:
Ferdinando Gerra, L’impresa di Fiume
Erik Goldstein, Gli accordi di pace dopo la Grande guerra,
Margaret MacMillan, Parigi 1919. Sei mesi che cambiarono il
mondo
Mimmo Franzinelli e Paolo Cavassini, Fiume:
l’ultima impresa di D’Annunzio
Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale
Giordano Bruno Guerri, Disobbedisco. Cinquecento giorni di
rivoluzione. Fiume 1919-1920
Giovanni Bernardini, Parigi 1919. La Conferenza di pace
Luigi Emilio Longo, L’Esercito Italiano e la Questione Fiumana
(1918-1921)
Testi consultati da Monica Gasparotto Battaglia:
M.Carli, Con d’Annunzio a Fiume
Carli, Trillirì
Comisso, Le mie stagioni
Comisso, Il porto dell’amore
Frassetto, I disertori di Ronchi
Kochnitzky, Le quinta stagione o i centauri di Fiume
Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e
libertari con d’Annunzio a Fiume
Gerra, L’Impresa di Fiume
G.B. Guerri, Disobbedisco
Vadalà, L’Arma dei Carabinieri Reali in Fiume d’Italia
D’Annunzio, L’urna inesausta
Foto di copertina: tratta da: L’Arengario Studio Bibliografico
Foto a corredo dell’articolo:
Gruppo di Arditi alla mensa di Fiume, il seconda da sinistra è
ancora la M.O.V.M. Tenente Elia Rossi Passavanti. Si possono notare sulla
manica del braccio destro i cinque distintivi per ferite da guerra. E sopra il
paramani i due distintivi per promozione sul campo. Foto per gentile
concessione di Nicola Gabriele.
Foto per gentile concessione di Nicola Gabriele
Bandiera che adornava la città di Fiume durante la Santa Entrata,
con i motti tra i più amati e voluti da D’Annunzio. Collezione privata di
Nicola Gabriele.
12 settembre 1919: a bordo della sua Fiat rossa decapottabile,
D’Annunzio è pronto per entrare a Fiume. Foto tratta dalle rete web.
Futuristi a Fiume; si riconoscono - da sx in piedi - Guido Keller,
Filippo Tommaso Marinetti e Ferruccio Vecchi; in basso a sx Mino Somenzi. Foto
tratta dalle rete web.
“La Disperata” o “Compagnia D’Annunzio”, la “guardia personale” del
Comandante, marcia al comando di Elia Rossi Passavanti. Foto per gentile
concessione di Nicola Gabriele.
Da sinistra: il comandante de “La Disperata”, Elia Rossi
Passavanti, il Poeta – Guerriero e la Marchesa Margherita Incisa di Camerana,
madrina della Compagnia e sposa di Passavanti. Margherita fu la prima donna a
vestire ufficialmente la divisa degli Arditi, col grado di Tenente Medico. Foto
per gentile concessione di Nicola Gabriele.
Gruppo di Arditi sotto a un gigantesco Tricolore; all’Impresa di
Fiume parteciparono ufficialmente i Reparti d’Assalto VIII – XII – XIII e XXII
quest’ultimo non al completo. Foto per gentile concessione di Nicola Gabriele.
Il Comandante D’Annunzio parla alla popolazione fiumana e benedice
un vessillo tricolore. Foto per gentile concessione di Nicola Gabriele.
4 Gennaio 1921. Il Comandante D’Annunzio in ginocchio di fronte
alle bare dei caduti delle 5 “Giornate di Fiume”, il cosiddetto “Natale di
Sangue”. Cartolina per gentile concessione di Antonio Mucelli.
Giuseppe Longo
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